Ogni tanto vado in giro a vedere gli allenamenti delle altre squadre e vi confesso che nella maggior parte dei casi mi fermo con maggiore interesse quando giocano i bambini. Un po' perchè a volte mi sembrano informazioni utili a trasferire a voi che avete un'esperienza calcisitica molto breve e un po' semplicemente perchè sono incuriosito ed affascinato dalle relazioni che si instaurano in una società circoscritta come quella della squadra sportiva. Oggi i bambini vengono iscritti alle società sportive ad un'età che qualche generazione or sono sarebbe stato impensabile. Mi è capitato d vedere bambini di cinque anni che sono entusiasti di entrare in una squadra. Le regole per i bambini sino ai 10 anni circa sono un po' diverse da quelle che vengono applicate per le categorie più adulte: si cerca giustamente di privilegiare l'aspetto giocoso della pratica sportiva cercando di far partecipare tutti i bambini alle occasioni di confronto agonistico. Le federazioni hanno ad esempio istituito delle regole che prevedono l'obbligo per gli allenatori di far giocare tutti i bambini inseriti nella lista dei convocati. Inoltre nelle loro gare sono previsti tre tempi e ogni bambino deve giocare per intero almeno un tempo. La durata dei tempi varia dai 10 ai 20 minuti per le varie età. I punti vittoria sono calcolati nella misura di uno per ciascun tempo: questo significa ad esempio che se la squadra A vincesse il primo tempo 10 a 0 e perdesse per 1 a 0 sia il secondo che il terzo tempo la vittoria per 2 a 1 andrebbe alla squadra B. Anche questa regola è fatta per non umiliare troppo le squadre più deboli e per garantire che, magari per un solo tempo, quando la squadra A deve far giocare i bambini meno pronti, la partita sia più equilibrata. Già a questa età purtroppo ci sono allenatori e società che vogliono vincere e preferiscono convocare solo i bambini più forti per non dover indebolire la squadra neanche per un tempo. Un altro aspetto di questo calcio però che depone a favore di chi ne ha concepito le attuali regole è che le squadre possono essere miste con bambine che spesso, dopo l'iniziale diffidenza verso di loro dei bambini già parzialmente inquadrati nei valori delle dominanza maschile, dimostrano di avere qualità tecniche e tattiche superiori ai pari età di sesso diverso e si conquistano ruoli di prestigio in quest'ambito storicamente maschile.
Quello che più mi colpisce però di queste partite cui assisto e la massiccia presenza dei parenti dei bambini. Ovviamente i bambini sono piccoli e qualcuno decide per loro: viene deciso lo sport da praticare, la società sportiva in cui praticarlo a volte persino la posizione in campo viene suggerita dai genitori più avvezzi al gioco del calcio e in molti casi anche il modo di giocare, la grinta con cui i bambini affrontano gli avversari è in qualche modo indotta dagli incitamenti che arrivano dagli spalti.
Molti allenatori hanno posto dei paletti chiedendo che ad esempio i genitori non entrino negli spogliatoi (e quando i bambini hanno cinque o sei anni e ancora non sanno allacciarsi le scarpe o fare la doccia da soli non è mica facile) o comunque esplicitamente richiesto che dal tipo dei suggerimenti provenienti dall'esterno rimangano esclusi l'ambito tecnico o quello antisportivo.
Ai miei tempi di tutto questo non c'era bisogno: i genitori che seguivano i ragazzi erano piuttosto rari e l'età in cui ci si iscriveva alle società sportiva era raramente inferiore ai 10 anni. Prima si giocava nei cortili, ai giardinetti, all'oratorio. La società è cambiata e nei cortili il gioco del pallone è stato sempre più vietato, gli oratori offrono ancora un po' di spazio, ma degli educatori ci si fida sempre di meno, mentre i giardinetti ormai sono diventati spazio esclusivo per altre attività. Inotre gli impegni scolastici che, compiti a parte, terminavano rigorosamente all'una nelle scuole elementari con l'aumento delle mamme che lavorano e la conseguente necessità di lasciare i figli custoditi presso strutture garantite ha fatto sì che prolifessaro tantissime attività extra o para scolastiche (nuoto, danza, musica, ecc. ecc) tutte rigorosamente organizzate per scadenze fisse settimanali che hanno tolto ai bambini molto se non tutto lo spazio un tempo dedicato al gioco fine a se stesso. Aggiungiamoci la TV e i molteplici apparecchi elettronici dei quali ormai anche un bimbo delle elementari sembra non possa fare a meno ed ecco che il tempo a disposizione si è completamente esaurito.
Tornando all'ambito calcistico, una volta, un bambino di 10 o 11 anni sceglieva di iscriversi alla società calcistica dopo anni di apprendimento gratuito e libero dei movimenti di tanti sport e giochi e, a quella età, la scelta era propria del bambino (non della bambina che all'epoca era vittima di segregazioni casalinghe o al massimo autorizzate a seguire corsi di danza e di ginnastica artistica o di altre poche attività per bambine in nome di una diversità che allora era forse molto più accentuata di oggi).
La scelta era del bambino, dicevo, e portava con sè oltre alla selezione tra i vari sport anche il primo affrancamento dalla famiglia di tipo non obbligato. La scuola certo rappresentava un luogo dove i bambini potevano affermare la propria personalità senza l'ingombrante presenza dei genitori, ma la scuola "dell'obbligo" non poteva rappresentare una scelta di libertà e, spesso, l'autorità degli insegnanti che sostituiva quella dei genitori era vissuta di bambini in maniera ancora più passiva; dove la ribellione in casa entro certi gradi poteva anche essere manifestata, la scuola, con tutte le regole di comportamento, note alla famiglia e punizioni esemplari, rappresentava un luogo del dovere, non certo del piacere e la ribellione comportava un notevole rischio di discriminazione sociale. Ovviamente con le dovute eccezioni tra quei bambini cui un sereno e amorevole rapporto con la famiglia permetteva un altrettanto sereno e già maturo rapporto con l'autorità scolastica.
Ma all'epoca per i bambini come me iscriversi al calcio era un taglio del cordone ombelicale: cominciavi a muoverti per la città in autonomia, in bicicletta o con i mezzi pubblici, per andare agli allenamenti o alle partite e conseguentemente conoscevi zone della città mai viste prima. Entravi in contatto con realtà diverse, quando andavi a giocare in certe zone la miseria e l'ignoranza erano palpabili, così come se la squadra avversaria era il Leone XIII era equalmente percepibile l'ambiente snob.
In campo poi si era sempre undici contro undici e le estrazioni sociali non contavano più facendoti apprezzare la generosità del delinquente in pectore e la lealtà del giovane virgulto di buona famiglia.
Ma, e questo ma è molto importante, non c'erano i genitori ad indicarti chi erano i buoni e chi erano i cattivi, a suggerirti di stare lontano da quel ragazzino perchè "non è un bell'esempio" o magari di stare accanto a quell'altro perchè "i suoi genitori sono così a modo".
Ad un certo punto anche i ragazzini di oggi avranno bisogno di liberarsi sia dai genitori attenti, che dagli altri perchè è naturale che un adoloscente voglia affermare la propria individualità, essere riconosciuto con il proprio nome e cognome come un individuo unico e irripetibile.
Temo che l'affermazione di sè a questo punto rischi di essere un po' più in là nella scala delle esperienze che si possono fare in autonomia fuori dall'ambito familiare.
Se trovare l'indipendenza che per me e molti della mia generazione è stato un risultato ottenuto con sforzo, contrattazioni e merito, oggi viene offerto gratuitamente dai genitori e dalla società tutta ai bambini più piccoli, sono sicuro che anche quando gli attuali bambini raggiungeranno l'età dell'adolescenza faranno molta più fatica ad individuare l'ambito cui dirigere i propri interessi autonomi.
Inoltre molti di quelli che continueranno a giocare a pallone saranno sempre più selezionati perchè più bravi e promettenti, ma avranno sempre i parenti al seguito con aspettative sempre più alte. I genitori magari inconsapevolmente pretenderanno che i sacrifici, l'investimento del tempo dedicato, venga in qualche modo ripagato. Ci saranno innumerevoli delusioni per chi perderà per strada le motivazioni, come è normale che sia quando la scelta non è tutta tua e la pressione considervele, ci saranno i rimpianti e ci saranno le divisioni.
Credo che un rapporto maturo tra i genitori e i figli debba iniziare molto presto e non ci sia un limite temporale troppo anticipato per assicurare ai propri figli la fiducia. Credo che investire in fiducia, anche a costo di sacrificare un po' del bisogno di stare accanto a chi si vuole bene, sia il più grande investimento che si possa fare su qualcuno. Credo che i bambini debbano giocare liberamente senza troppe regole fino ad una certa età. Penso che se le società sportiva, debitamente aiutate dalle istituzioni, garantissero i loro spazi, lasciandoli aperti a tutti i bambini delle loro zone, senza bisogno di fornire tute e borse, scarpe e divise, (rendendosi così complici di un meccanismo di consumismo sfrenato ai danni di queste vittime - in questo caso bambini e genitori insieme - di un sistema che priviliegia l'apparire emulativo, sull'essere e soprattutto sul fare), sarebbe un bel passo avanti verso un miglioramento di questo mondo.
E sono anche convinto che forse avremmo una nuova generazione di giocatori dotati di fantasia.
LORIS